Spesso saltiamo sulla sedia leggendo di omicidi che vengono da un raptus, un attimo di follia in cui un uomo violenta e poi uccide, una donna colpisce senza motivo suo figlio, una ragazza sgozza per gioco la sua amica dell’università. Sono i delitti che più infiammano i processi e il pubblico.
Ma ci sono altri omicidi, nascosti nelle pieghe della cronaca. Omicidi molto più atroci, perché lunghi quanto una vita intera. Sono omicidi impuniti. Tu puoi picchiare tua moglie fino a farle saltare tutti i denti dalla bocca. Puoi farlo per anni, e nessuno ti disturberà. Puoi farlo fino a mandarla in coma e non farla risvegliare mai più. Alla fine, i giudici ci penseranno su perbene e ti daranno 5 anni e 10 mesi. Ciò significa che tra circa 3 anni potrai tornare a girare per la tua città, farti un pisolino se hai sonno, poi andare al bar a parlare con gli amici dell’ultima partita del Palermo.
E’ accaduto nel capoluogo siciliano, famigerato quartiere Zen. Francesco Vaccaro pestava sua moglie Maria Concetta Messina con la stessa abitualità con cui altri fumano, fanno jogging, vanno a messa la domenica. Il 27 luglio 2008, un po’ il nervosismo un po’ il caldo (non si ha idea dell’afa di Palermo a fine luglio), Francesco rifila a Maria Concetta una sberla tale da farle cadere l’ultimo dente rimastole in bocca. Poi lei cade dalle scale, e riporta vari ematomi al cervello che, dopo due mesi di coma, le costano la vita. In un primo momento il figlio dei due, Salvatore, accusa il padre con una frase quasi commovente nella sua forza liberatoria: “Iddu fu”, è stato lui. Poi il ragazzo non regge il dibattimento: vacilla, infine ritratta. I mesi passano, e non si trova più nessuno disposto a dire che il marito quel giorno spinse la moglie giù per le scale. Del resto, lui una spiegazione ce l’ha: Maria Concetta scivolò. E i giudici gli credono. E’ lo stesso pm a dire che Vaccaro va assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Restano i maltrattamenti in famiglia. Per questo reato il codice prevede la reclusione da 1 a 5 anni, che salgono però di molto se dai maltrattamenti derivano lesioni gravi o gravissime oppure la morte. In quest’ultimo caso si va da 8 a 20 anni. Ma vi pare che se una cade dalle scale, un tribunale possa sentenziare che è morta per le botte che prendeva da una vita? Macchè. E’ morta per caso, Maria Concetta. E’ inciampata. E Salvatore? Mica ha ritrattato perché minacciato, perché disperato. E’ che non ricordava bene. Quindi: 5 anni e 10 mesi. Lo ha deciso la Corte d’Assise, quella in cui accanto ai magistrati siedono anche i cittadini. Come a dire: le toghe e la gente comune sono d’accordo. In quel condominio di Palermo è successo poco più che una baruffa di famiglia. Il messaggio alla società intera è chiaro: il massacro sistematico di una donna vale tre anni effettivi di cella. Non solo non c’è omicidio, ma neppure le lesioni gravissime che portano alla morte. Ci sono solo un paio di ceffoni tutto sommato innocui, poi una caduta accidentale dalle scale.
La legge è uguale per tutti, vero o no? A chi pensa che no, che per i poverelli non c’è legge neppure se crepano, non rimane che masticare il senso di rabbia per l’impunità di lui, resa possibile da una magistratura così spesso pronta a sancirla solennemente. Non rimane che sentirsi scorrere nelle vene un fiume caldo di pietà pensando alla vita infame di quella donna, sola e disperata in casa sua come se vivesse in un villaggio primitivo e non in un paese che ha approvato la legge sul diritto di famiglia da ben 34 anni. Non rimane che piangere su di lei, sulla sua storia di dolore, sulla sua memoria umiliata… E non rimane che compatire un’Italia in cui vige l’antico diritto romano dove un uomo ha potere di vita e di morte su chi è rinchiuso con lui dentro le mura di casa.
ilmessaggero.it