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Il paese si divide come sempre accade in questi casi. Innocentisti e colpevolisti. Chi lo vuole e non crede a quello che dicono in giro, e chi invece, non lo vuole perché crede.

Torniamo a parlare di pedofilia e chiesa, e mi scuseranno i lettori se la riflessione di oggi sarà un po’ più lunga, ma credo che sia doverosa. La riflessione parte da un fatto di cronaca, una cronaca che da un po’ di tempo ha luogo in una piccola comunità del Molise dove i fedeli si sono divisi in due gruppi a causa di un prete , pro e contro. Nulla di nuovo, dato che accade sempre più spesso , se non fosse che qui non ci sono soltanto delle accuse, ma una condanna. Infatti, il prete della loro parrocchia è arrivato in paese dopo aver patteggiato una condanna a due anni e sei mesi di reclusione per aver abusato in passato ed in un ‘altra comunità, di alcuni bambini. Sono certo che un prete che patteggia un reato del genere si dichiara assolutamente colpevole, altrimenti accetterebbe il giudizio per dimostrare la propria innocenza. Dopo la condanna è stato trasferito dalla propria parrocchia in un’altra comunità dove nessuno fosse a conoscenza della sua vicenda. E, udite udite!, dov’è stato trasferito il prete? In una parrocchia di Malta, ma per fortuna oggi su internet le notizie circolano. Dopo qualche anno, però, eccolo che torna in Italia, in questa piccola comunità oggi divisa. Infatti, alcune mamme e papà, saputo del suo passato, si sono costituiti in un comitato spontaneo per chiederne il trasferimento. Gli altri si oppongono e il perché di questo essere contrari non riesco proprio ad capirlo.

A parte la grande ammirazione per le persone che hanno trovato il coraggio di tutelare preventivamente i propri figli, questa vicenda mi fa venire in mente una riflessione del libro di Massimiliano Frassi, presidente dell’Associazione Prometeo, nel suo libro “Predatori di Bambini”: quanti di noi affiderebbero tutti i loro risparmi ad un direttore di banca che è stato condannato per aver derubato i propri clienti di una precedente filiale? Io credo nessuno, e allora capisco bene perché le mamme non vogliano affidare i propri figli a chi è stato condannato per aver rubato l’innocenza di altri bambini. Ma sono anche certo che una banca licenzierebbe immediatamente il suo direttore condannato o, quanto meno, l’unica cosa che gli farebbe fare, è quello di svuotare i cestini della carta quando ormai le casse sono chiuse. La chiesa, a quanto pare, è un po’ più permissiva. Il timore adesso è che quel prete venga trasferito in un’altra parrocchia dove nulla si sa, e dove, forse, non ci saranno fedeli coraggiosi che alzeranno la voce. Allora cosa fare di quel pedofilo travestito da prete, che ormai ha scontato la sua pena? Qui non bisogna farsi tentare dall’istinto e fermarsi prima di rispondere. “E’ a posto con la giustizia”, mi ha suggerito qualcuno, non a caso era un prete.” Ha sbagliato, ha pagato e merita il perdono”. Il perdono è un fatto di coscienza, e di certo non spetta a me. A me spetta prendere atto dell’incapacità della chiesa di affrontare questi casi. Perché di alternative forse ce ne sono: potrebbe lavorare in diocesi, fare il segretario del vescovo, il cappellano delle suore, o qualsiasi altro ruolo che non lo porti a contatto con i bambini. Invece, ormai è accertato, l’unica cosa che la chiesa ha saputo fare è trasferirlo da una parrocchia all’altra. E qui sorge un’altra riflessione suggerita anche dalla stampa della settimana scorsa. Infatti, molti quotidiani hanno riportato intervista rilasciata all’Osservatore Romano, dal Cardinale Hummes, prefetto della congregazione per il clero, che proprio in merito alle vicende di pedofilia che hanno coinvolto alcuni sacerdoti, ha affermato che la chiesa vuole massima fermezza in questi casi, facendo anche ricorso alla giustizia ordinaria. Molti, a queste parole, hanno tirato un sospiro di sollievo: finalmente, era ora, meglio tardi che mai. Ma forse a questi molti è sfuggita parte delle parole del cardinale che aveva anche detto: accertati oggettivamente i fatti. E queste parole mi lasciano ancora più perplesso di quanto non fossi. Il presupposto per il ricorso alla giustizia ordinaria, almeno così mi sembra di capire, è successivo all’accertamento delle responsabilità del prete pedofilo da parte del tribunale per il clero. Cosa accadeva quindi ? Quando un sacerdote o un vescovo avevano notizia di un prete accusato di abusi sui bambini, conducevano delle indagini interne, senza denunciarlo ad un magistrato che le indagini le fa per mestiere. Se, e quando, ne fossero state accertate le responsabilità, lo condannava, a quali pene non ci è dato sapere. Oggi, stando alle parole del cardinale, solo dopo questa condanna, dovrebbero “consegnare” il reo alla giustizia ordinaria. Ma con quali strumenti vengono effettuate queste indagini? Forse con intercettazioni telefoniche? Appostamenti? Già è difficile per un magistrato, figuriamoci per un vescovo! Oggi, la certezza è che, se condannato dalla giustizia della chiesa, e se in paese si comincia a mormorare dei suoi precedenti, il prete in questione viene spostato in un’ altra parrocchia, dove, come dimostrano molti fatti, abusa di altri bambini.

Vien da chiedersi cosa accadrebbe in Italia se venisse pubblicato un rapporto “Murphy” come quello Irlandese che ha accertato oltre quarantasette casi di pedofilia compiuti da preti e coperti dai vescovi negli ultimi trenta anni. Io penso di sapere la risposta: non accadrebbe nulla. Forse nessuno avrebbe il coraggio di pubblicarlo, e se anche dovesse esistere un coraggioso, la comunità si dividerebbe ancora una volta in due: quelli che direbbero che quei preti sono vittime delle fantasie dei bambini, oppure che dietro a tutto c’è la mafia, perché sono preti scomodi, e quelli, che con un immenso coraggio, prenderebbero una posizione netta a tutela dei bambini.

Chissà, forse allora qualcuno ci dirà nuovamente: “Chiediamo scusa, da oggi tolleranza zero!”

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E’ Lampedusa la grande porta d’ingresso verso l’Italia dei minori stranieri non accompagnati. Poi vengono Ancona e Brindisi, Gorizia e Malpensa. Le tratte migratorie parlano molte lingue, dal nigeriano al bengalese, dall’afghano all’egiziano. E se sono oltre 6mila i bambini e i ragazzi under 18 non accompagnati censiti ufficialmente dal Comitato Minori Stranieri, molti di più affiorano e poi scompaiono nelle pieghe delle nostre città, seguendo un progetto di fuga dalla povertà o dalla guerra che li rende invisibili e vulnerabili.
Sono queste alcune delle evidenze del primo Rapporto annuale su “I minori stranieri in Italia” di Save the Children.

“E’ la prima pubblicazione interamente dedicata ai minori stranieri in Italia da Save the Children e intende diventare un appuntamento annuale”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale dell’Organizzazione. “E’ il frutto del nostro pluriennale impegno su questo versante, a sostegno di centinaia di minori stranieri, soprattutto non accompagnati , nelle aree dove è più rilevante la loro presenza: a Roma, in alcune città portuali delle Marche, Puglia e Sicilia e in altri luoghi strategici, come, di recente, Torino ”.
Quanti sono?
Con o senza famiglia, il numero dei minori stranieri in Italia è in costante aumento. Negli ultimi 6 anni infatti il numero di minori residenti è notevolmente cresciuto, passando da 412.432 al 1° gennaio 2004 a 862.453 al 1° gennaio 2009. La maggior parte dei minori stranieri residenti è nata in Italia: circa 519.000. Il restante 343.753 è costituito invece da minori giunti attraverso il ricongiungimento familiare.
L’incidenza dei nati stranieri sul totale dei nati in Italia è passata dal 2,5% del 1997 al 12,6% nel 2008. Le prime cinque province dove si registra il maggior numero di minori residenti sono Milano (81.497, di cui il 68,3% di nati in Italia), Roma (71.170, di cui il 70% di nati in Italia), Torino (41.141, di cui il 57,2% di nati in Italia), Brescia (40.288, di cui il 60,2% di nati in Italia), Bergamo (26.711, di cui il 59,2% di nati in Italia).
Ai minori che vivono con i genitori e familiari, sia regolarmente che irregolarmente residenti, bisogna aggiungere i minori stranieri che giungono da soli, “non accompagnati”. Al 30 settembre 2009 sono 6.587 quelli segnalati al Comitato Minori stranieri . Il 77% (5.091) risulta essere non identificato, cioè senza un documento di riconoscimento. I minori censiti provengono da 77 diversi paesi, in prevalenza africani. I gruppi nazionali più numerosi sono quelli del Marocco (15% del totale), Egitto (14%), Albania (11%), Afghanistan (11%), Palestina (7%), Somalia (4%), Eritrea (4%), Nigeria (4%) Repubblica Serba (4%). I maschi sono il 90% del totale. Più della metà dei minori ha 17 anni. Rilevante è anche la quota dei 16enni, pari al 24%. Più contenuto il numero di 15enni (822, pari al 12%) e di quelli di altre fasce di età (691 hanno tra 7 e 14 anni, 49 tra 0 e 6 anni). Complessivamente i minori tra i 15 e i 17 anni ammontano a 5.847. Il 74% dei minori censiti è alloggiato presso una struttura di prima o seconda accoglienza, mentre il 16% si trova presso zii, cugini, fratelli, sorelle, connazionali, in affido extrafamiliare. 70 minori sono negli Istituti Penali Minorili (IPM).
Confrontando i dati riferiti all’anno scorso (fine settembre 2008-2009) si rileva che i minori egiziani e afgani sono aumentati, mentre sono diminuiti i minori marocchini, albanesi e palestinesi: i primi sono passati da 906 a 962, gli afgani da 614 a 743.

Per quanto riguarda i punti di entrata di questi bambini e adolescenti, nel corso del 2008 risultano approdati sulle coste delle regioni meridionali 2.749 minori stranieri , di cui il 95% in Sicilia, nella provincia di Agrigento, e più esattamente a Lampedusa . Secondo la rilevazione effettuata dal Servizio di Polizia delle Frontiere e degli Stranieri , inoltre, nel 2008 sono giunti in Italia dalle frontiere di Ancona e Venezia circa 210 minori stranieri. Non si dispone, invece, dei dati relativi alle frontiere terresti. In generale, altri valichi di frontiera significativi sembrano essere: Fiumicino (Roma); Gorizia, Brindisi, Ancona e Malpensa (Milano) . In tutti questi casi la gran parte dei ragazzi in arrivo, è costituita da minori soli.
“Nel corso del 2008 e fino a febbraio 2009, sicuramente la Sicilia e Lampedusa sono stati la porta d’ingresso per molti minori soli in arrivo in Italia e questo in coerenza con il dato generale secondo il quale Marocco ed Egitto e in aggiunta i paesi del corno d’Africa, più la Nigeria, sono le aree di provenienza di molti di questi ragazzi”, prosegue Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children. “Schematicamente possiamo invece dire che Ancona e Venezia sono lo snodo di entrata della gran parte dei minori afgani, mentre dalla frontiera est di Gorizia entrano molte ragazze e ragazzi dell’est, in alcuni casi vittime di tratta. In alcuni casi i minori giungono in aereo a Fiumicino e Malpensa”.

Arrivati in Sicilia e inviati alle comunità d’accoglienza per minori dell’agrigentino, molti però scappano poco dopo: secondo Save the Children, tra maggio 2008 a febbraio 2009 sono stati 1119 i minori fuggiti su un totale di 1860 accolti. “Questi ragazzi si lasciano alle spalle situazioni di grande povertà e mancanza di prospettive e sono quindi fortemente determinati a lavorare per aiutare sé e la propria famiglia di origine e ciò spiega perché scappino quasi subito dalle comunità dove non trovano adeguate risposte al loro progetto migratorio.” Una volta scappati, continua ancora Neri, “scompaiono per un po’ alla nostra vista, per poi ricomparire a diversi chilometri di distanza, per esempio a Roma, dove spesso vengono intercettati e agganciati dalla unità di strada di Save the Children”.
Il dramma della tratta e il rischio dei respingimenti
“Dietro ogni minore, soprattutto non accompagnato, presente sul nostro territorio, c’è sempre una ragione e motivazione fortissime: di ricerca di protezione, di emancipazione economica e sociale, oppure di sfruttamento, come nel caso di molte nigeriane vittime di tratta arrivate via mare, o di tante ragazze dell’est-Europa coinvolte nello sfruttamento sessuale”, continua il Direttore Generale di Save the Children Italia. “Perciò consideriamo particolarmente preoccupanti e gravi alcuni recenti provvedimenti, come i rinvii verso la Libia di decine di migranti in arrivo via mare, compresi sicuramente anche minori, e valutiamo che essi rappresentino una forte rischio per la tutela dei diritti dei minori stranieri sia non accompagnati che con genitori irregolarmente presenti nel nostro paese, alcune norme contenute nella legge sicurezza (94/2009), come quelle che introducono dei criteri molto restrittivi per la concessione del permesso di soggiorno al compimento del diciottesimo anno o, per esempio, quella che prevede l’ipotesi di rimpatrio dei minori comunitari coinvolti in prostituzione”.

“E’ necessario piuttosto rafforzare e razionalizzare il sistema di accoglienza del nostro paese, prevedendo delle strutture di prima e seconda accoglienza, e individuare una soluzione di lungo termine per ogni minore”, precisa ancora Valerio Neri. “Inoltre è essenziale adottare standard e procedure condivise in materia di identificazione, accertamento dell’età e verifica delle relazioni parentali dei minori in ingresso. Commettere degli errori durante anche uno di questi passaggi può tradursi nella violazione di alcuni diritti fondamentali dei quali i minori stranieri sono titolari, compresa l’adozione di provvedimenti altamente lesivi come la detenzione in centri per migranti adulti irregolarmente presenti, l’espulsione e la mancata protezione da violenza o tratta e sfruttamento”.
L’azione di Save The Children
Sono stati oltre 3.500 i minori contattati, supportati e seguiti da Save the Children tra il maggio 2008 e ottobre 2009, nell’ambito delle varie attività avviate in loro favore a Lampedusa e in Sicilia – all’interno delle comunità alloggio per minori – ad Ancona, a Roma e, recentemente, a Torino.

In particolare, 1.200 i minori stranieri, tra cui molti non accompagnati, sostenuti, orientati e aiutati dall’ottobre 2008 ad oggi nell’ambito del progetto CivicoZero che, anche attraverso il Centro diurno CivicoZero – struttura a bassa soglia inaugurata a Roma da Save the Children nel febbraio 2009 – si propone di fornire supporto, orientamento e protezione a ragazzi e ragazze migranti in situazioni di marginalità sociale e devianza e sottoposti a rischio di sfruttamento e abuso, in rete e in partnership con istituzioni e aziende: CivicoZero è infatti realizzato in collaborazione con ISMA e con il sostegno del Ministero dell’Interno, Autostrade per l’Italia, Ikea, Poste Italiane Unicredit Group e “Gratta e vinci” Consorzio Lotterie Nazionali.

Dal 9 dicembre inoltre è partita un’attività di raccolta fondi della Banca Monte dei Paschi di Siena: in 13 filiali di Roma saranno in vendita dei gadget della RCR Cristalleria Italiana per i clienti e i dipendenti. Il ricavato dell’iniziativa natalizia andrà a sostegno di CivicoZero.

Il team del progetto di Save the Children – composta da 10 operatori (educatori, operatori sociali, animatori, consulente legale, psicologi, peer educators e mediatori) – porta avanti attività su strada per il contatto e il sostegno a minori senza dimora o coinvolti in prostituzione, attività illegali e mendicità, mediazione sociale nel Centro di prima accoglienza penale (CPA) e presso il carcere minorile di Roma, mediazione e sostegno ai minori rom all’interno degli insediamenti e campi, consulenza legale presso il carcere minorile e l’Ufficio per il servizio Sociale per i minorenni (USSM), fornitura di servizi di base (doccia, cambio vestiti, cibo), consulenza legale, mediazione culturale, di orientamento alla formazione e alla ricerca lavoro, laboratori espressivi e ricreativi, laboratori informatici e internet point, formazione al peer support, attività sportive e ricreative presso il Centro diurno CivicoZero, gestito secondo l’ottica della partecipazione attiva dei minori. Inoltre il progetto ha specificamente rafforzato le attività di consulenza sanitaria, di mediazione linguistico-culturale nei servizi della Giustizia minorile e le opportunità di inserimento lavorativo tramite Tirocini Formativo Lavorativi (TFL). Degli oltre 1.200 i ragazzi e ragazze contattati e seguiti nei diversi contesti di intervento del progetto, 534 (506 maschi e 28 femmine) sono stati agganciati e supportati all’interno del Centro Diurno CivicoZero e 315 (di cui 149 minori e 166 neo-maggiorenni) nelle attività su strada.
Beta.vita.it

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Spesso saltiamo sulla sedia leggendo di omicidi che vengono da un raptus, un attimo di follia in cui un uomo violenta e poi uccide, una donna colpisce senza motivo suo figlio, una ragazza sgozza per gioco la sua amica dell’università. Sono i delitti che più infiammano i processi e il pubblico.
Ma ci sono altri omicidi, nascosti nelle pieghe della cronaca. Omicidi molto più atroci, perché lunghi quanto una vita intera. Sono omicidi impuniti. Tu puoi picchiare tua moglie fino a farle saltare tutti i denti dalla bocca. Puoi farlo per anni, e nessuno ti disturberà. Puoi farlo fino a mandarla in coma e non farla risvegliare mai più. Alla fine, i giudici ci penseranno su perbene e ti daranno 5 anni e 10 mesi. Ciò significa che tra circa 3 anni potrai tornare a girare per la tua città, farti un pisolino se hai sonno, poi andare al bar a parlare con gli amici dell’ultima partita del Palermo.
E’ accaduto nel capoluogo siciliano, famigerato quartiere Zen. Francesco Vaccaro pestava sua moglie Maria Concetta Messina con la stessa abitualità con cui altri fumano, fanno jogging, vanno a messa la domenica. Il 27 luglio 2008, un po’ il nervosismo un po’ il caldo (non si ha idea dell’afa di Palermo a fine luglio), Francesco rifila a Maria Concetta una sberla tale da farle cadere l’ultimo dente rimastole in bocca. Poi lei cade dalle scale, e riporta vari ematomi al cervello che, dopo due mesi di coma, le costano la vita. In un primo momento il figlio dei due, Salvatore, accusa il padre con una frase quasi commovente nella sua forza liberatoria: “Iddu fu”, è stato lui. Poi il ragazzo non regge il dibattimento: vacilla, infine ritratta. I mesi passano, e non si trova più nessuno disposto a dire che il marito quel giorno spinse la moglie giù per le scale. Del resto, lui una spiegazione ce l’ha: Maria Concetta scivolò. E i giudici gli credono. E’ lo stesso pm a dire che Vaccaro va assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Restano i maltrattamenti in famiglia. Per questo reato il codice prevede la reclusione da 1 a 5 anni, che salgono però di molto se dai maltrattamenti derivano lesioni gravi o gravissime oppure la morte. In quest’ultimo caso si va da 8 a 20 anni. Ma vi pare che se una cade dalle scale, un tribunale possa sentenziare che è morta per le botte che prendeva da una vita? Macchè. E’ morta per caso, Maria Concetta. E’ inciampata. E Salvatore? Mica ha ritrattato perché minacciato, perché disperato. E’ che non ricordava bene. Quindi: 5 anni e 10 mesi. Lo ha deciso la Corte d’Assise, quella in cui accanto ai magistrati siedono anche i cittadini. Come a dire: le toghe e la gente comune sono d’accordo. In quel condominio di Palermo è successo poco più che una baruffa di famiglia. Il messaggio alla società intera è chiaro: il massacro sistematico di una donna vale tre anni effettivi di cella. Non solo non c’è omicidio, ma neppure le lesioni gravissime che portano alla morte. Ci sono solo un paio di ceffoni tutto sommato innocui, poi una caduta accidentale dalle scale.
La legge è uguale per tutti, vero o no? A chi pensa che no, che per i poverelli non c’è legge neppure se crepano, non rimane che masticare il senso di rabbia per l’impunità di lui, resa possibile da una magistratura così spesso pronta a sancirla solennemente. Non rimane che sentirsi scorrere nelle vene un fiume caldo di pietà pensando alla vita infame di quella donna, sola e disperata in casa sua come se vivesse in un villaggio primitivo e non in un paese che ha approvato la legge sul diritto di famiglia da ben 34 anni. Non rimane che piangere su di lei, sulla sua storia di dolore, sulla sua memoria umiliata… E non rimane che compatire un’Italia in cui vige l’antico diritto romano dove un uomo ha potere di vita e di morte su chi è rinchiuso con lui dentro le mura di casa.
ilmessaggero.it

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E’ accusata di violenza sessuale aggravata e continuata una 40enne, madre di una bambina di 11 anni, arrestata dalla squadra mobile di Perugia con l’accusa di aver organizzato e costretto la figlia ad avere incontri a sfondo sessuale con adolescenti, portati a casa – secondo l’accusa – dalla stessa donna. La donna, incensurata, avrebbe ospitato a casa anche una 13enne che avrebbe avuto rapporti sessuali, in sua presenza, con un ragazzo 17enne. L’indagine, durata circa un mese, è stata condotta dalla squadra mobile di Perugia, diretta da Giorgio Di Munno e coordinata dal pubblico ministero Manuela Comodi. Secondo gli investigatori gli episodi di violenza si sarebbero protratti per quattro-cinque mesi. A far scattare le indagini alcune segnalazioni arrivate alla polizia da parte di persone che avevano notato uno strano via vai di ragazzini, soprattutto nelle ore pomeridiane, nella modesta abitazione di un piccolo comune umbro del Lago Trasimeno dove la bimba, figlia unica, viveva con la madre e il padre, la prima disoccupata, il secondo impegnato in lavori saltuari. Le segnalazioni parlavano anche di urla che a volte si sentivano provenire dalla casa. Quindi gli appostamenti e l’attività di indagine della polizia che ha portato all’arresto della donna.
Nessun tipo di provvedimento, invece, è stato preso nei confronti del padre della bambina, che sembra si trovasse fuori casa al momento dei fatti. Secondo quanto riferito dagli investigatori sono quattro o cinque i minori, dai 14 ai 17 anni, che la 40enne aveva ‘adescato’ all’uscita di scuola e aveva convinto a frequentare casa sua, costringendo la figlia undicenne ad avere rapporti a sfondo sessuale con loro e in sua presenza. Minori ai quali la donna avrebbe anche fatto dei regali, come ricariche telefoniche e, in un caso, anche un telefono cellulare.
Secondo gli inquirenti a spingere la donna ad organizzare gli incontri il convincimento di questa ultima che la figlia dovesse essere gratificata e appagata dal fatto di avere una cerchia di ammiratori. E’ stato accertato nel corso delle indagini, supportate anche da intercettazioni telefoniche, che la bimba di notte si svegliava spesso in lacrime e in preda agli incubi. Ora è stata affidata ai servizi sociali.

 tgcom.mediaset.it

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Ho vissuto 30 anni cercando di essere invisibile senza veramente volerlo.
Ho vissuto 30 anni facendomi del male senza veramente volerlo.
Mi guardavo allo specchio e chiudevo gli occhi, la mia immagine mi feriva,
mi allontanava e quando aprivo il cassetto e mi riempivo di cibo riuscivo
a scappare da quella immagine che mi perseguitava e ritornavo ad essere
invisibile.
Invisibile anche davanti al frigo aperto, mi chiamava, ero lì davanti ma
non c’ero, l’importante era prendere tutto quello che potevo, colmare il
mio vuoto. Certo poi stavo malissimo ma più stavo male e più potevo essere
invisibile.
Poi, i piedi, i miei poveri piedi, ho staccato le unghie fino a farle
sanguinare, fino a non riuscire più a camminare, ho aspettato con ansia che
ricrescessero per poterle staccare di nuovo. Mille e mille volte.
E ancora quante fughe all’ospedale per quei dolori lancinanti alla pancia,
quante possibili appendiciti che non lo erano. Nessun medico e’ riuscito
a dare spiegazioni a fare diagnosi e io passavo giorni e giorni piegata in
due dal dolore con la voglia di strappare quella pancia che ho sempre
odiato.
Quante notti urlando la presenza di qualcuno nella stanza, qualcuno che aprendo
gli occhi non c’era. chi sei? Chi sei? Vai via!? al nulla. E quante, tantissime
notti di fantasmi , la stanza invasa, occhi che la paura non ha fatto chiudere,
in attesa delle prime luci. Quante volte durante la notte il mio cuore si
è fermato ed ero morta ma purtroppo non lo ero e dovevo affrontarla tutta
quella notte che avevo davanti e anche il giorno.
Quanti tormenti sono arrivati all’improvviso senza avvisarmi e ho potuto
affrontarli solo lasciandomi andare e sperando che qualcuno tendesse le mani
e mi raccogliesse. E quanta felicità è arrivata ma troppo difficile da sopportare
e ho potuta affrontarla solo lasciandomi andare e sperando che qualcuno tendesse
le mani e mi raccogliesse.
Poi qualcosa è cambiato, il mio silenzio si è spezzato, immagini del mio
passato che tornano portando dolore ma anche risposte alle mie angosce.
Ho scoperto che sono una bambina abusata. Una bambina che nessuno ha raccolto
quando serviva una mano tesa. In quella piccola stanza ero sola ed ero invisibile,
questa invisibilità me la sono portata dentro per tanti anni, e anche il
mio dolore. Troppi anni.
Ho deciso di chiedere aiuto, perché ho scoperto che le mani tese ci sono,
basta riconoscere quelle giuste e aggrapparsi forte per essere aiutati a
risollevarsi.
Uscire dal mio silenzio. Raccontare. Uscire dalla mia invisibilità e dal
mio personale dolore. Finalmente esserci ??felice di esserci.
Paola

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